«Le banche sono determinanti per rendere la crisi che stiamo affrontando più o meno duratura, più o meno profonda. Bisogna conciliare il perseguimento di prudenti equilibri economici e patrimoniali con l'esigenza di non far mancare il sostegno finanziario alle imprese con buone opportunità di crescita, reali capacità di superare la crisi». All'ultima assemblea dell'Abi, nel luglio scorso, il Governatore della Banca d'Italia era stato più che esplicito sulla responsabilità delle banche nei confronti delle imprese. Un concetto che era già stato esposto, nelle sue linee generali, all'assemblea della Banca d'Italia del 30 maggio scorso, quando Mario Draghi aveva paventato il "rischio asfissia" per le imprese.
Il monito di Draghi era stato ripreso in qualche modo anche dal presidente della Consob, Lamberto Cardia, alla presentazione del rapporto annuale dell'authority. «Solo le imprese di più grandi dimensioni aveva detto lo scorso 13 luglio riescono a rivolgersi al mercato dei capitali senza gravi difficoltà né a costi da considerare eccessivi». Cardia ha poi parlato di rischio asfissia finanziaria per gran parte delle imprese medie e piccole.
Adesso, all'inizio di settembre, i termini della questione rimangono gli stessi. Le banche stanno dando la priorità al salvataggio delle imprese (naturalmente di quelle fondamentalmente sane) aiutandole a superare questa difficile fase congiunturale? O invece sono più preoccupate per i loro bilanci, i cui utili sono stati falcidiati dalla crisi ma che sono tuttora presenti?
La preoccupazione è massima per le imprese piccole e medie, tradizionale tessuto connettivo dell'industria italiana. Se infatti i grandi gruppi non vengono certamente lasciati soli in mezzo alle difficoltà, non si può dire che le piccole e medie società godano dello stesso ombrello protettivo. «Secondo noi dice Francesco Bellotti, presidente di Federconfidi, i Confidi aderenti a Confindustria, che oggi sono una sessantina i sistemi di rating usati dalle banche per i loro affidamenti non corrispondono a una reale capacità di valutare l'attuale situazione delle imprese piccole e medie. Non dimentichiamo che gli istituti di credito in un primo momento hanno fortemente temuto di non avere la liquidità necessaria; in quella fase le necessità delle piccole e medie imprese sono state considerate meno importanti. In secondo luogo, oggi sul territorio i direttori delle filiali adottano politiche ancora più restrittive di quelle che arrivano dalle direttive superiori».
D'altronde è chiaro il timore che le piccole e medie imprese sono quelle che rischiano di più. «Tanto che aggiunge Bellotti le grandi banche nazionali come Intesa Sanpaolo e Unicredit hanno messo a disposizione delle somme a favore delle Pmi».
Per quanto riguarda l'attività dei Confidi, di recente rafforzata dal governo con 1,5 miliardi da utilizzare da qui alla fine del 2012, sono a disposizione delle piccole e medie imprese per il 2009 circa 240 milioni. A questi si devono aggiungere altri 380 milioni nel 2010, 300 nel 2011 e il resto per arrivare a 1,5 miliardi nel 2012. «Queste cifre sostiene Bellotti sono certamente sufficienti per le potenzialità operative dei Confidi. Ma diventeranno insufficienti se verranno usate anche dagli istituti di credito. Al Fondo centrale di garanzia possono in fatti accedere sia i Confidi che le banche».
Le aziende creditizie, da parte loro, hanno finora respinto ogni addebito. Il presidente dell'Abi, Corrado Faissola, è dovuto scendere in campo più volte in questi mesi per difendere sia di fronte alle autorità di controllo che al ministro dell'Economia Giulio Tremonti (che ha in più occasioni vestito i panni della pubblica accusa) l'operato delle banche.«Non c'è alcun credit crunch ha detto Faissola in varie occasioni pubbliche ma sono le stesse aziende a chiedere meno finanziamenti. Inoltre, le piccole e medie imprese sono finanziate non meno ma più di quelle grandi». Infine , ha ammonito il presidente dell'Abi, se indebolissimo le nostre banche attraverso un'erogazione del credito «che non rispondesse a quei criteri di prudenza che richiamati anche dalla Banca d'Italia, questo non sarebbe un vantaggio ma una sciagura per il paese».
Sembra una querelle insolubile. Da una parte il mondo delle imprese, soprattutto di quelle piccole medie, sentono che i lacci del credito li stanno soffocando sempre di più. Dall'altro, il mondo degli istituti di credito risponde che non c'è alcuna restrizione dovuta al comportamento delle banche, ma solo un rallentamento delle richieste delle imprese, evidentemente attribuibile al calo degli ordini. La discussione potrebbe andare avanti all'infinito se non fosse che nelle prossime settimane a mesi vedremo quante piccole e medie imprese saranno costrette a chiudere i battenti. Di queste, poi, occorrerà stabilire quante avrebbero potuto esser salvate da una più oculata gestione del credito.
di Adriano Bonafede
Affari & Finanza - La Repubblica
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