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Scoppia il Risiko dei Confidi. In 50 diventano poli aggreganti
13/07/2009
Hanno quasi mezzo secolo di vita ma la maturità, per i Confidi italiani, arriva adesso. Tardiva, e provocata dal duplice combinato di un quadro normativo che ne impreziosisce il ruolo di "facilitatori" tra banche e piccole medie imprese, e dalla cornice spessa della crisi globale, che rende più difficile il credito per gli imprenditori minori. Due spinte che pongono i consorzi di garanzia collettiva ai finanziamenti alle imprese sul percorso evolutivo che li può trasformare in soggetti più grandi e vigilati dalla Banca d'Italia, e addirittura in "banche di garanzia" se lo vogliono. La prima tappa è già realtà, ed entro fine anno trasformerà una cinquantina di Confidi in veri intermediari finanziari. La seconda per ora è solo una possibilità, perché qualsiasi banca ha bisogno di patrimonio, organizzazioni complesse e azionisti spallati; ma niente è detto, anzi il percorso del legislatore suggerisce in qualche modo un approdo.
Per ora i Confidi, più che concorrenti delle banche, sono loro preziosi collaboratori. Sia nella possibilità di garantire i finanziamenti, riducendo l'assorbimento patrimoniale per chi li eroga, sia nel ruolo di mediazione culturale tra direttore di filiale e imprenditore o artigiano che fa da controparte. E' un mondo, però, ancora troppo composito e articolato. Per questo il legislatore, con una serie di misure partite nel 2003 e che dovrebbero andare a regime per fine 2009, ha introdotto una soglia che lo dividerà in due. Da una parte gli operatori minori attivi, soggetti all'articolo 106 del Testo unico bancario, che secondo le stime di Kpmg (leader indisturbato nella consulenza di settore) sono circa 400, rappresentano un patrimonio di poco più di un miliardo di euro, a fronte del quale hanno posto in essere 4,5 miliardi di euro di garanzie. Dall'altra ci sono le strutture medio grandi, con requisiti disciplinati dall'articolo 107 del Tub. Quello che introduce una soglia di almeno 75 milioni di dimensione individuale (è la somma dei - ridotti - attivi e delle garanzie), e che li rende oggetto della vigilanza creditizia. Un processo impegnativo, data la base di partenza: e che implica spese iniziali di almeno 150mila euro, l'istituzione di nuove modalità informative, e di controllo. Un cambio di passo manageriale, insomma. «Ma tutte le spese si ripagano ampiamente, e l'innovazione manageriale a questo punto è opportuna», nota Alessandro Carpinella, partner associato di Kpmg.
La modalità "107" prevede poi la trasformazione ulteriore del Confidi in "banca di garanzia", anche se per ora è una possibilità non colta, se si fa eccezione per la poco significativa esperienza della Banca popolare di garanzia, nata dal Confidi padovano e iscritta all'albo bancario. «In questa fase forse è meglio limitarsi all'adesione agli standard del 107 - dice Giovanni Da Pozzo, presidente di Assoconfidi - quello della banca potrebbe essere un approdo evolutivo, benché complesso, per le richieste di capitale e per il fatto che implica il passaggio da un azionariato a base comunale o provinciale a un Confidi su base regionale. Molto dipenderà dal tipo di necessità che avranno le imprese nostre socie e assistite».
Del resto il cuore dei Confidi sono proprio le imprese. In proprio, come soci di stampo mutualistico (ci sono oltre 1,1 milioni di imprese rappresentate dall'associazione di categoria, che unisce i 400 maggiori Confidi, garanti di 400mila dossier e che contano per il 90% dei volumi attivi). Ma anche in via indiretta, tramite l'azione delle varie Confindustria, Confcommercio, Confartigianato, Cna, Coldiretti e Camere di commercio che sono i maggiori "azionisti" dei Confidi su base locale. Anche in questo caso vige lo stillicidio delle sigle, ma l'entropia si chiama consolidamento.
Un fenomeno inevitabile, secondo gli osservatori. Pure perché l'efficacia degli accordi di Basilea 2 l'anno venturo acuirà i problemi delle Pmi nell'accesso al credito. Finisce l'era della relazione con il direttore di banca, ne inizia una tutta sintetica fatta di rating e griglie di affidabilità su scala internazionale, e che promette di penalizzare le Pmi italiane, particolarmente piccole, sottocapitalizzate e indebitate. Difatti, qualche giorno fa, il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha chiesto di mitigare l'effetto di Basilea 2 per gli associati: «Abbiamo scritto al premier Berlusconi e parlato con il governatore Draghi per chiedere la sospensione per un periodo di tempo, oppure il rallentamento dell'introduzione di Basilea 2, che costituisce un problema soprattutto per le piccole imprese». Per Marcegaglia, sia il ministro Tremonti che il numero uno di Bankitalia intendono «lavorare su questa richiesta». Nel frattempo i Confidi si preparano per contare di più nella nuova stagione di pronto soccorso agli operatori, presi tra le macerie della recessione globale e del credit crunch e il fuoco amico di Basilea 2. Per questo Kpmg stima che la percentuale di quasi il 2% del credito totale garantito da queste strutture ai produttori potrebbe in futuro raddoppiare.
 
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